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"Valli Cupe: cascate mozzafiato e un canyon unico al mondo" di R.Pitaro - apparso su "Calabria"

Rivista Calabria - Copertina
Rivista Calabria - Copertina
Luglio/Agosto 2005

C'è un segreto in Calabria. Ce ne sono tanti. E' vero. Ma questo è la dimostrazione scientifica di quella teoria secondo cui si custodisce meglio un segreto non custodendolo affatto. Non saprei dire come ci siamo finiti nelle Valli Cupe. Dopo però ci siamo tornati. Fino a trasformarle in un simbolo. Della fitta natura calabrese, che si svela a poco a poco. Un simbolo che non ha nulla, se non in piccola parte, a che spartire col cupismo calabrese. Vecchio cruccio polveroso caricato sulla fronte del triste meridionale che lascia il borgo. Quando l'alternativa era o brigante o emigrante.

Un simbolo che dà l'idea dell'irrefrenabile esplosione della natura. Ma per piccoli avvisi. Centouno cascate messe assieme allagherebbero il Mezzogiorno italiano. Sparse come sono nella rigogliosa boscaglia della Presila catanzarese, viceversa, ci lasciano intendere quanto sia utile agire separatamente. Vivere in microagglomerati umani consente una migliore qualità della vita. Alla condizione, però, che nessuno si senta separato. Rinchiuso in piccole patrie. Ogni cascata va percepita nella sua identità/diversità. Ma non fino al punto di sentirla staccata dall'altre. Nelluniverso d'acqua delle Valli Cupe c'è un'infinità di punti in cui l'acqua si ricongiunge.

Ciò che traspare dalle diversità botaniche, idriche, climatiche e antropiche, che arricchiscono laria ancora semisconosciuta delle Valli Cupe calabresi, non ha a che fare col solipsismo dell'Italia del Sud. Bensì con una natura che non finisce mai di stupire. Che aspetta dessere incontrata. Ma che non si sbraccia per farsi notare. Che per farsi conoscere addirittura si riduce. Entra a far parte della storia dell'uomo. Dietro la vita grama dei borghi antichi della Presila non indovineresti mai lo svolgimento d' eccezionali fenomeni naturali. Dietro il silente tramonto e lo scorrere trasognato del tempo nei centri della Sila piccola, nessuno intuirebbe il dirompente frastuono dellacqua che, nei crepacci scavati da secoli d'intense trasformazioni ambientali, si getta nella forsennata corsa verso lo Ionio azzurro e filosofo.

"Cupe" - hanno detto - vuol dire spaccate. Io penso che l'aggettivo abbia anche a che fare col carattere di noi del profondo Sud italiano che non ci curiamo di valorizzare i beni naturali. Ma ciò accade anche perché sappiamo bene che essi non ci appartengono. Che una cascata come quella dell’Inferno, recondito spazio utopico della Presila e sintesi meravigliosa di natura e storia, di potenza allo stato selvaggio che si sprigiona dall’alto della montagna e incrocia un'antica saggezza stratificata in piante rare, non può essere di nessuno.

Il "cupismo calabrese" nelle Valli Cupe racconta molto di ciò che siamo stati. Noi altri calabresi, nel corso dei secoli. Nessuno creda che dai tempi dei Normanni ad oggi moltissimo sia cambiato. C'è, sì, la televisione. Ma l'atmosfera che si vive scivolando, dinoccolati e con la mente occupata da un pulviscolo indefinito di pensieri in libertà, lungo il monte che nasconde la cascate delle "Rupe" ( tre ore di cammino), consente di vedere ancora in giro cavalieri biondi e dagli occhi azzurri. Qui, immerso nella foresta calabrese, capisci meglio cosa cercassero nel Sud i cavalieri - viaggiatori dell'Ottocento. Tutta la loro ansia di venire a vedere. Leggi meglio quella poesia di Heine sull'abete che, durante il gelido inverno, sogna una palma cresciuta nel Sud. Interpretata magistralmente dallo scrittore ungherese Giorgio Pressburger "E' il Nord che sogna il Sud, soprattutto l'Italia".

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